Teresa lo ha fatto perchè ha una cugina sterile, Mereira per aiutare una coppia, Alcia per guadagnare i soldi per studiare. Alla vigilia di un importante meeting internazionale sulla fertilità Grazia ha incontrato le donatrici spagnole che danno i loro ovuli alle italiane che sognano di avere un figlio

Di Marina Speich da Barcellona (Spagna)

Mireira è bionda, ha occhi verdi e fa l’infermiera: ha 29 anni e ha già donato tre volte i suoi ovociti alla clinica IVI, il più grande gruppo per la riproduzione assistita del mondo, con 65 cliniche in 11 Paesi. “Se cos’ sono riuscita ad aiutare delle coppie italiane che non riuscivano a fare un figlio, sono felice”, dice. Un teme, e una storia, di estrema attualità: se ne parlerà a Vienna la prossima settimana dal 23 al 26 giugno, all’Eshre, l’importante congresso europeo di riproduzione assistita, che avrà una sezione dedicata proprio alla causa dell’infertilità fuori dai confini del prorpio Paese. Un tempo qualcuno lo avrebbe definito “turismo riproduttivo”. Oggi, invece, si è fatto un passo avanti nel modo di affrontare i problemi di fertilità. Perché la maggioranza delle donne italiane, ma anche francesi e tedesche, spesso non ha altra strada che ricorrere a ovociti provenienti da donatrici straniere quando si sottopone alla fecondazione eterologa, quella che avviene usando ovuli o spermatozoi esterni alla coppia.

La maternità si sposta sempre più avanti negli anni, ed è in aumento la fecondazione eterologa eseguita con un ovocita donato da una donna più giovane

PER CHI NON RIESCE AD AVERE FIGLI, le tecniche di riproduzione assistita sono la strada della speranza. E, poiché la  tendenza è di spostare la maternità sempre più avanti negli anni, è in aumento esponenziale la fecondazione eterologa eseguita con un ovocita donato da una donna più giovane. Gli ultimi dati fanno riflettere: il tasso di crescita di questa pratica è del 121 per cento all’anno, secondo l’ultima Relazione del Ministero della Salute al Parlamento. Mentre l’età media di chi vi fa ricorso è di 41,2 anni. Ma da questi numeri sfugge il sommerso, cioè le coppie che vanno all’estero per conto proprio dunque senza il sostegno di una clinica italiana, sfuggendo alle statistiche.

Italia, un freno allo sviluppo delle donazioni: le cellule riproduttive devono essere donate a titolo gratuito e volontario

Nel nostro Paese l’eterologa è consentita dal 2014, però si verifica un paradosso: la domanda di ovociti è fortissima ma l’offerta quasi assente. Perché in Italia le cellule riproduttive devono essere donate a titolo gratuito e volontario. Ed è proprio la mancanza di un “rimborso spese” a frenare lo sviluppo delle donazioni. In più, il prelievo dell’ovulo è una procedura impegnativa, che prevede due settimane di cure ormonali e un breve intervento in day hospital per il prelievo degli ovociti. Troppo per farlo gratis o ricevere in cambio solo uno screening sul proprio profilo genetico.

IN SPAGNA E’ DIVERSO: il Ministero della Salute ha stabilito che le donatrici, di età tra i 18 e i 35 anni, hanno diritto a un indennizzo di circa 1000 euro a donazione. “Un limite che sta pensando di alzare”, dice Diana Guerra, psicologa del centro IVI, che ha la più grande banca centrale di ovociti in Europa e una clinica a Roma. Ma niente a che vedere con gli Stati Uniti, dove c’è un “commercio” di ovociti senza limiti legali ed etici. “Lì il compenso oscilla tra i 10 mila e i 20 mila dollari per ogni donazione, corrispondente a una somma tra i 9 mila e i 18 mila euro”, dice Evelin Lara, responsabile del dipartimento di Donazione di ovociti di IVI a Barcellona. Per capire chi sono le donatrici spagnole, siamo andati a incontrarle. Mereira, entra nei dettagli della sua esperienza. “Me ne ha parlato per prima mia sorella, che l’aveva già fatto in un’altra clinica: sapevo che non era difficile”, dice. “I soldi mi servivano per l’università: per questo l’ho fatto tre volte. Ne ho parlato solo con l’amica più cara: la donazione  in Spagna, pur essendo una pratica diffusa, da qualcuno è ancora considerata tabù. La mia mamma non era d’accordo e neanche il mio fidanzato: per lui era come se, donando un ovocita, perdessi un pezzo di me. Ma non è così. ” I medici, infatti, spiegano che a 25 anni, una ragazza ha 300 mila potenziali ovociti.

“Ho deciso di farlo perché mia cugina non riusciva ad avere figli e, nella mia famiglia non si parlava di altro”,

dice Teresa, 31 anni, ingegnere. “Una mia amica era già stata all’IVI e si era trovata bene. Anch’io ho fatto, finora, sei donazioni, il massimo consentito per legge. E i soldi del compenso mi hanno fatto comodo. Mentre aiutavo chi non riusciva a diventare madre, regalavo qualcosa a me: un viaggio. Le ultime estati le ho passate in giro per il mondo, dalla Cina al Messico, e ora parto per il Gambia con una organizzazione umanitaria”.

Delle donne che si propongono solo il 23 per cento supera la selezione per la donazione di ovociti.

NON TUTTE LE CANDIDATE sono idonee e i controlli sono rigidi. “Di quelle che si propongono solo il 23 per cento supera la selezione”, dice la ginecologa Lara. “Alcune non passano il primo esame sulla loro storia familiare o il test genetico che analizza 6 mila mutazioni del Dna: ci possono essere rischi per il feto“. “Altre candidate, invece, hanno consumato alcol e quindi non vanno bene”, dice la psicologa Guerra. “E per verificare che le informazioni personali siano vere, facciamo esami a sorpresa sulle urine per escludere l’uso di droghe. Ma per noi è importante il loro comportamento: se sono maleducate, non rispettano gli appuntamenti o chiedono in anticipo il rimborso, le escludiamo dal programma”.

In Inghilterra non c’è anonimato e il bimbo una volta maggiorenne, può chiedere il nome della donatrice e cercarla.

Anche altri Paesi, come l’Inghilterra, la donazione di ovociti è possibile, ma lì, a differenza dalla Spagna, non c’è anonimato: quando il bimbo dell’eterologa diventa maggiorenne, può chiedere il nome della donatrice e cercarla. “Non mi pare una buona idea”, dice Alicia 23 anni, alta capelli mori lunghi, impiegata, che ha donato due mesi fa il suo primo ovocita. “Ho aiutato un bimbo a nascere, ma non lo sento “mio”. Se non ci fosse stata la garanzia dell’anonimato, forse non l’avrei fatto. Vengo da un paese a 60 chilometri da Barcellona e quando ho detto alle amiche che avrei partecipato a questo programma, erano spaventate: c’è sempre timore dietro ciò che non si conosce. Ma quando mi hanno visto tornare sana e serena, hanno chiesto subito l’indirizzo della clinica. E se porti un’amica, ti danno 100 euro di compenso”.

Ma che cosa deve fare una ragazza che dona gli ovociti?

“Il pimo passo è la valutazione della sua storia clinica. A volte sono accompagnate da un’amica o dal fidanzato”, dice la dottoressa Lara. “Nel secondo appuntamento c’è il colloquio con la psicologa e l’ecografia. Se tutto procede, la donatrice fa una cura ormonale: 14 giorni di iniezioni sottocute che fa a casa. E ogni 48-72 ore viene da noi per un’ecografia. Poi si fissa il prelievo degli ovociti in day hospital: un piccolo intervento in sedazione profonda di un quarto d’ora”. “La prima volta che l’ho fatto avevo 18 anni: quando mi sono svegliata dall’anestesia ho pianto per la felicità”, dice Maria, 23, che lavora per un editore. “In Spagna è diffusa la cultura della donazione: siamo tra i primi Paesi per donatori di organi e io ho già offerto una volta il midollo osseo. Ma il compenso ha un peso: a me ha aiutato per l’affitto”. “La prima volta avevo paura dell’intervento. Poi tutto si è rivelato più semplice”, dice Mereira. E quando chiedo a Teresa che effetto le fa sapere che in Italina c’è almeno un bambino con  un pezzo del suo Dna, sorride: “Sono felice. Ma oggi i bambini sono di chi li cresce”.

Al centro della foto, Daniela Galliano, direttrice della clinica IVI di Roma. La prima a destra è Marina Speich, autrice di questo articolo.

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Sulle T-shirt è scritto: “Le ragazze aiutano le ragazze”.

APPUNTAMENTO A VIENNA

Il futuro della fecondazione assistita sarà uno dei temi principali al congresso europeo Eshre, a Vienna dal 23 al 26 giugno, in cui si parlerà di bioingegneria ginecologica, contro l’infertilità, ma anche delle nuove pratiche che usano l’intelligenza artificiale e simulazioni 3D per creare nuovi organi o sviluppare le cellule staminali. E molto spazio sarà dedicato all’infertilità maschile, in deciso aumento negli ultimi anni, e alla preservazione della fertilità con il “social freezing”, le vitrificazione di ovociti in giovane età, in attesa di poter diventare mamme.